NOTIZIE STORICHE 

 

 

Origini di Caivano e del suo Castello

L'esame storico-glottologico sull'origine del nome Caivano fu, per alcuni eruditi campani, un campo assai controverso di discussione e di studi.
Non mancarono quelli che lo fecero derivare dal greco, dall'osco e perfino dal fenicio; anzi qualche studioso locale ha tentato di dare a tal nome una spiegazione cozzante con i più elementari principi della scienza filologica, e per dirne una, Caivano deriverebbe da Cai in vanum! Invece, come è general­mente ritenuto da quanti s'ispirarono ad una certa critica ra­gionevole in materia di etimologia, i nomi locali delle nostre province terminanti in ano, poiché derivano da antichi nomi gen­tilizi, per lo più romani, messi a designare soprattutto la pro­prietà di beni stabili, bisogna intenderli congiunti a fundus, campus, praedium, vinea ecc. Perciò Caivano deve riconnettersi ad un fundus o ad un praedium Calvanium ed al gentilizio Cal­vius, del quale si trovano esempi nelle I. N. del Mommsen (1). Che Caivanum debba riconnettersi a Calvianum si ricava da un documento curialesco del secolo decimo, nel quale si trova rife­rita la forma volgare di Calbanum (2), che dovette esistere accan­to all'altra Calvanium (Calbanium), diventa poi nel linguaggio popolare Caivanum, per la vocalizzazione della «l». Allorché il praedium in prosieguo di tempo, nel secolo decimosecondo, giunse a prendere le proporzioni di una vera borgata, troviamo anche Caivanum. Esso si estese fin nelle vicinanze di Noli­tum e Carditum, villaggi che vengono per la prima volta menzionati in uno stesso documento e che ben presto si fusero e costituirono il presente Cardito (3).
Pare che più antico di Caivano, e in ciò d'accordo anche il Capasso (4), fosse la terra di Campiglione col suo tempio parrocchiale, reso famoso fin dal V secolo per una epistola di Gregorio Magno a Importuno vescovo di Atella (5). In ap­pendice riportiamo l'importante epistola, come non possia­mo trattenerci dal ricordare brevemente che Campiglione nel sec. XV assurse a famoso santuario, fama di cui gode tut­tora per un miracolo della Vergine, assai celebrato. Il miracolo consiste nel fatto che, secondo la tradizione, nel 1483, una Madonnina, quale tuttora si vede, dipinta in una rozza edicola di tufo, annuendo alle calde lacrime e preghiere di una madre desolata, inchinò la testa dal busto, per alcuni centimetri, stac­candosi con l'intonaco dal muro, come segno della grazia con­cessa e rimanendo poi così.
Né l'esistenza a Campiglione di un tempio cristiano, già adulto nel VI secolo, potrebbe sorprendere lo storico, giacché bisogna tener presente che, a qualche chilometro dal detto vil­laggio, sorgeva la celebre città osco-etrusca Atella, dove salirono a gran fama per le operate conversioni al cristianesimo un tal Cannione ed il suo discepolo Elpidio, il quale, come una co­stante tradizione afferma, fu il primo vescovo della città. E quando questa fu distrutta per dar luogo alla vicina fonda­zione normanna della città di Aversa, intorno al santuario di Elpidio si costituì un villaggio che tuttora ne porta il nome e che si può considerare come l'ultima sopravvivenza della città su un angolo della quale esso sorge (6).
Qual fosse il vasto dominio feudale, che incluse per anni e forse per qualche secolo la terra che andiamo illustrando, nonché quelle di Cardito e di Nolito, si ricava dall'attento esame e dal confronto di alcuni documenti. Primo fra questi, non per anti­chità, ma per comodo della discussione, quello del sec. XII (a. 1114), che ricorda l'epoca della fioritura del contado nor­manno in Aversa (a. 1030-1156), quando in Napoli ancora reg­gevasi il glorioso governo dei duchi.
Il documento intestato a Roberto I, sesto dei conti norman­ni, il quale resse Aversa dal 1106 al 1120, contiene una dona­zione che un tal Riccardo Musca fece a S. Lorenzo di Aversa ed al suo abate Matteo «pro redemptione anime» del casale «no­liti cum hominibus terris cultus et incultis» e di un latifondo «unam startiam iusta nolitum et carditum et habet a duas partes via pulvica una que descendit ad caivanum alia at car­ditum . . .».
Benché non detto esplicitamente, da una così cospicua do­nazione appare chiaro che il donante normanno fosse investito del possesso feudale di quelle terre ereditate dallo zio Rainaldo Mosca (erede quest'ultimo di Toraldo Mosca), e delle quali con molta liberalità si disfaceva. Ma il feudo di cui era investito Toraldo Mosca era Caivano o Nolito o Cardito, oppure erano tutti e tre uniti insieme? Oltre a ciò, il donante si spogliava dell'in­tero suo dominio, oppure di parte di esso? Ammettere una sola di queste ipotesi è assolutamente inesatto, perché, rispetto al feudo intero, Caivanum, Carditum et Nolitum rappresentano ben poca e povera cosa per chi da una parte si dia ragione del valore delle terre nei primi albori del Mille, e, dall'altra, consi­deri la sete di dominio di un valoroso milite normanno (7). Ma, a ben risolvere un tal quesito bisogna rifarsi un poco indietro.
Da un documento dell'anno 964 (8) si ricava che Pandolfo di Capua donava al Monastero di S. Vincenzo a Volturno un fondo che confinava «de uno latu et uno capu terra S. Arcangeli»; si rileva pure l'esistenza di una ecclesia S. Arcangeli nella predetta terra. Adunque, il documento ultimo ci fa cono­scere che nel secolo X, ai confini del principato di Capua, tra questo e il ducato di Napoli, non lungi dalla massa atellana, vi era una contrada S. Arcangelo con la propria chiesa curata.
Maggior luce si ha da un altro documento, riguardante anch'esso una donazione che nell'anno 1130 (9) il duca napolitano Sergio fece al Monastero locale dei SS. Severino e Sossio di un fondo posto «vero in loco qui nominatur licinianum (Licignano) foris arcora». Il detto documento dice che il fondo confina «a parte occidentis via publici abersana et terra sancti archangeli»; ed a proposito della donazione di un altro fondo al medesimo mona­stero aggiunge che esso confina «de alio capite meridie . . . terra ecclesie sancti archangeli».
Ciò posto, dal confronto dei vari passi testé citati si pos­sono rilevare i confini della terra di S. Arcangelo, la quale aveva a settentrione il principato di Capua, a mezzogiorno il ducato napolitano, che giungeva propriamente nel sito detto Liciniano, e ad occidente la via pubblica aversana; la vastità della terra di S. Arcangelo, di cui faceva parte anche una chiesa parroc­chiale, indizio di un centro abitato fin dal X secolo, induce già a ritenere che nel suo insieme quella terra costituisse un ampio feudo nel cui centro doveva sorgere un castello. Infatti, non lungi dal così detto pantano di Acerra, su di un diverticolo della odierna via nazionale di Caserta, e che denominansi appunto via di S. Arcangelo, avemmo la fortuna di scovrire pochi ruderi e le reliquie di una torre di un antico castello. Rinvenimmo pure i ruderi di una antica chiesa che fu di certo la parrocchia di S. Arcangelo. E ciò che per se stesso potrebbe essere solamente una probabile ipotesi, trova la conferma storica irrefutabile in un prezioso documento, il famoso catalogo dei baroni nor­manni. In esso, nell'elenco dei possessori dei feudi dell'antico te­nimento di Aversa (la quale dipese poi direttamente dal re dopo la distruzione della contea), e propriamente nel capitolo che tratta «De principatu De Aversa» (10), è detto che «Phi­lippus Sancti Arcangeli tenet feudum I militis, sicut ipse dixit et cum augmento obtulit milites II». Il Capasso (11) che in un dotto esame critico assegna al catalogo normanno la data tra l'anno 1161 e l'anno 1168, osserva come l'augumentum di due militi, cioè due nobili vassalli, oltre le prestazioni in danaro, importasse anche la prestazione di sei uomini bene armati a cavallo.
Ed ora, ritornando ai casali di Caivano, Cardito e Nolito, diremo che nel catalogo normanno non si trovano nominati tra i feudi ad oriente di Aversa, la qual cosa conferma che essi non costituivano dei centri a parte, ma, come abbiamo già detto, formavano altrettante frazioni di S. Arcangelo. E così mentre il catalogo ci dà il nome di questo feudo, che comprendeva la terra di Caivano, il documento dell'anno 1114 ci fa conoscere come primi feudatari furono i normanni Toraldo, Rainaldo, e Riccardo Musca.
Il nome di S. Arcangelo fu forse introdotto dai Bizantini di Napoli, avendo questi, come è noto, sparso in occidente il culto dell'angelo Michele (12).

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Per quanto riguarda i primi feudatari di Caivano, non è possibile assodare il tempo in cui questa terra si distaccò dal feudo di S. Arcangelo per dar vita ad un'altra unità feudale a sé stante. Con ogni probabilità si può ritenere che ciò accadesse sotto gli Angioini, periodo in cui si ebbe il massimo fraziona­mento feudale, sia perché Carlo I dovette compensare i suoi militi dei servigi resi per la conquista del Reame, sia perché le terre avevano acquistato maggior valore.
Il primo nome che mi è riuscito di rintracciare nel Reper­torio angioino (13), sebbene nei Regesta mancasse la corrispon­dente pergamena, è quello di un certo Mustarola Antiquini dell'anno 1269, col quale, probabilmente, ebbe principio la serie feudale.
Dopo Mustarola Antiquini, resse il feudo di Caivano Barto­lomeo Siginolfo (14) della celebre famiglia Siginolfo o Siginulfo, il quale, e per l'antichità del casato e per la gloria dei maggiori suoi era venuto in gran fama più per fortuna che per valore. Conte di Caserta e di Telese, fu ai servigi del duca di Ca­labria in Sicilia, quando si combatteva da Carlo II contro Fe­derico D'Aragona per l'acquisto di quell'isola. Ivi fatto prigio­niero, poiché caro al suo re (15), venne riscattato in cambio di Giovanni Chiaramonte. Ritornato nel Regno nel 1301, fu creato Grande Ammiraglio e poi Gran Camerario (16), uffizi, come è noto, l'uno più dell'altro importantissimi (17), giacché il primo corrispondente al nostro attuale ministro della marina, ed il secondo a quello di maggiordomo e ministro delle finanze. L'in­vestito di tali cariche, ornato di ricche vestimenta di porpora, veniva primo tra i grandi e subito dopo il re alla sua destra.
Sempre onorato e rispettato Siginulfo tenne il potere fino al­l'anno 1309, quando successe al trono, per la morte di Carlo II, re Roberto che lo aveva avuto carissimo sopra ogni altro e lo aveva voluto con sé in Sicilia nella guerra contro l'Aragonese. La fortuna di Siginolfo ebbe termine quando questi, inna­moratosi perdutamente della principessa di Taranto, moglie del fratello del re e suo compare, mandò sicari per uccidere il prin­cipe mentre costui trovavasi in Puglia (18). Scoperto, fu arre­stato e messo in prigione in un castello detto S. Angelo, in quel di Pozzuoli. Evaso di qui fu chiamato dal re a discolparsi, ma non essendosi presentato venne da un tribunale di giudici e baroni condannato nel capo. La Contea di Caserta fu data a Diego della Ratta (19), allorché Roberto per la sua incorona­zione distribuì titoli ed uffizi ai suoi sudditi; ma nulla si co­nosce del feudo di Caivano, la cui storia rimane interrotta dopo la confisca dei beni del suo signore; probabilmente fu aggregato alla città di Aversa, di cui era pertinenza.
Nel 1343, come leggesi nei Regesta, si sa ch'esso fu infeu­dato da una signora di nome Berdella, della famosa famiglia dei Baraballa e vedova di un tal Giovanni Capece.
Dopo costei comincia una serie più regolare di feudatari, assumendo il feudo piena e perfetta stabilità. Nel 1417 Marino di Santangelo, conte di Sarno, possedeva Caivano. Nel 1452 Gio. Antonio Marzano, duca di Sessa, vendette il feudo a Cola Ma­ria Bozzuto di Napoli per 7500 ducati e nel Quinternione è detto esser posto intra territorium Acerrarum; dal predetto passò per regolare vendita, nell'anno stesso, ad Arnaldo Sans. Da costui lo acquistò, pare, il re Alfonso D'Aragona, il quale lo rivendette ad Onorato Gaetano, conte di Fondi, il quale istituì erede di Fondi e Traetto suo nipote dell'istesso nome e cognome e lasciò Caivano a suo fratello Giacomo Maria Gaetano. Ma nel 1504 per aver questi preso parte alla ribellione contro gli Spagnuoli, gli fu tolto il feudo, e Caivano fu donato a Prospero Colonna: lo riebbe nel 1528. Nel 1530 fu venduto ad Emilia della Caprona col patto de retrovendendo per ducati 6665. Nel 1535 Costanza Pignatelli vi ebbe assicurazione dotale, per cui Emilia lo vendette ad Emanuele Malusino per ducati 7200. Nel 1541, avendo Co­stanza maritata sua figlia Girolama con Baldassarre Acquaviva, promise di vendere Caivano a Scipione Carrafa, conte di Acquavi­va, per 13000 ducati. Nel 1588 Scipione permutò il feudo in cam­bio di Atene, in quel di Sala Consifina, con Luigi Carafa. Nel 1596 Luigi principe di Stigliano lo vende ad Andrea Matteo Acqua­viva d'Aragona, principe di Caserta, per 3800 ducati. Nel 1648 ne era possessore Gio. Angelo Barile; dopo fu lungamente te­nuto dai marchesi di Fuscaldo (20). In fine, aboliti i feudi già da un pezzo, il castello fu venduto nel 1860 da Eleonora Carac­ciolo, che lo aveva ereditato, ad un ricco possidente del luogo, Paolo Lanna, dal quale ultimamente è passato ai suoi eredi.
Il fabbricato, abbastanza deprezzato, benché fosse stato di­chiarato monumento nazionale, ora è adibito a Casa comunale, un tempo a Pretura anche e a carcere mandamentale. Verso il 1441 doveva essere già un castello forte se sostenne gloriosamente l'assedio delle genti di Alfonso D'Aragona, che venivano alla conquista del Reame (21). Fu ad esso che, il 27 novembre 1647, il popolo infuriato dette l'assalto e da cui con grave per­dita fu ricacciato per opera del Tuttavilla, come racconta il De Sanctis nella Istoria del tumulto di Napoli (22).

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Nel periodo della denominazione angioina il castello di Caivano dovett'essere assai diverso da quello che oggi si vede, giacché accurate osservazioni fanno credere che prima d'essere portato all'attuale assetto architettonico, per cui si presenta come un edifizio di stile cinquecentesco, dovette sorgere come una fortezza costituita da quattro torri, congiunte da muri di rilevante spessore.
Anzi l'ipotesi assume la forma della certezza, quando si nota il distacco della fabbrica del primo piano da quella del piano superiore, il quale, di costruzione assai meno robusta, dovett'essere edificato in epoca posteriore, quando tutto il ca­stello non ebbe più lo scopo della difesa, ma servì unicamente ad offrire un comodo alloggio ai signori di quella terra. Il nuovo assetto non toglie però che all'edificio rimanga qualche traccia della primiera destinazione. Infatti, la torre maschia, che ga­rentiva l'ingresso alla fortezza dal lato del villaggio, si erge ancora maestosa fra le altre che lo garentivano agli altri lati; esse oggi, in seguito alla trasformazione a cui abbiamo accen­nato restano quasi nascoste nella fabbrica. Dei tre piani in cui si divide la torre è notevole la volta del primo per la sua speciale e simmetrica costruzione a spicchi.
Dal lato esterno, alle basi, la torre è cinta di sproni e resa forte da un bastione che probabilmente doveva prolungarsi in­torno all'antica fortezza ed isolarla dai profondi fossati, sui quali passavasi mediante il solito ponte levatoio, unico mezzo di. comunicazione tra il castello ed il villaggio, anch'esso cinto di mura e fortificato con torri.
Dopo la caduta del barbarico periodo angioino, per opera del magnanimo Alfonso, il Rinascimento portò anche in Napoli il suo benefico influsso, determinando il trionfo della romanità decaduta; anche sui muri massicci del castello di Caivano, che restarono a formarne il primo piano, fu eretto il nuovo palazzo dalle comode stanze, dalle ampie finestre rettangolari piene di aria e di luce. E poiché la facciata, se non fosse stata resa uniforme, avrebbe fatto contrasto lesivo all'euritmia architet­tonica, tanto bene osservata nel periodo cinquecentesco, l'arte­fice, vincendo l'asprezza dei muri del fortilizio, vi aprì al primo piano dei piccoli vani a tutto sesto che, seguendosi in bell'ordine con altri due del pianterreno posti ai lati dell'ingresso e di sesto simile, attenuano il contrasto del novello adattamento ed impri­mono a tutta la fabbrica lo stile dell'epoca. Ma dove questo si rivela nella massima perfezione, è nella porta d'ingresso del piano superiore, la quale, negli stipiti di marmo bianco, reca scolpita in rilievo una ghirlanda di frutta, opera di mano esperta ed allusione non dubbia della produzione locale.